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AMICA febbraio 2007


Il mestiere di vendere gli ovuli
di
Alessandra Di Pietro (Roma)
Betti Marenco (Londra)

 

Un viaggio in India può dirsi una spesa superflua? Forse si, ma io Voglio rivedere l’Himalaya, prima o poi. Ho bisogno di qualche migliaia di euro per pagare il biglietto aereo e coprire il tempo che starò lì. Devo trovare un altro lavoro da aggiungere al mio, che impegni poco e remuneri molto. Leggo sul The Guardian la storia di una donna inglese che su un sito americano dona i suoi ovuli alle coppie infertili. Vado sul sito. Si chiama donazione, ma posso intascare anche diecimila dollari. L’idea mi sembra geniale. Ho deciso. Vado a vendere le mie uova. Non posso andare negli Stati Uniti, però. Vivo a Londra. Comincerò da qui. Con un giro in internet scopro che in Inghilterra la richiesta di ovuli è alta, l’offerta bassa. Ce ne sono mille all’anno disponibili per 4000 aspiranti madri, senza contare le richieste dei laboratori per la ricerca scientifica sulle cellule staminali. Dunque, le mie uova servono. Però sono pagate molto poco. Guadagnerò 55.19 sterline al giorno per un massimo di 5 giorni. Fanno 250 sterline, circa 400 euro. Solo un magro rimborso spese. No, Londra non è una buona piazza per fare soldi, ma andrà bene per impratichirmi, prendere i contatti giusti, entrare nel giro. Poi magari provo con l’America.”


In Italia, la legge 40, approvata il 10 febbraio 2004 e confermata da un referendum lo scorso anno, vieta la fecondazione eterologa, cioè far nascere un bambini con ovulo o sperma esterno alla coppia, e dunque vendere/acquistare o pure donare, è illecito. Anche in Spagna, in Inghilterra e in America il commercio è illegale, ma per la fatica e il disagio di chi fornisce gli ovuli è previsto un rimborso spese che aggira il divieto. Oggi, a New York, uova di ragazze dalle straordinaria qualità cambiano utero anche per 30mila dollari. Il fatturato del commercio di materiale riproduttivo femminile è in ascesa e si aggira sui $4.5bn. I compensi non sono uguali per tutte, però. In Romania, una ragazza sint ha un risarcimento di 200 euro, una giovane indiana arriva a 700 euro se vende in una ricca clinica di Bombay, una fanciulla spagnola può tirare su fino a un migliaia di euro.
“Per far crescere nel mio utero più dell’ovulo che di regola produce ogni mese dovrò prendere molte pillole, fare punture, ecografie, anche vaginali che trovo invasive, e un intervento di estrazione finale. C’è il rischio di avere una sindrome da iperstimolazione ovarica e poi non sono note le conseguenze nel lungo periodo di alcuni farmaci che userò. Però, ogni mestiere ha i suoi rischi.
Ho fissato il primo appuntamento alla London Women’s Clinic, in Harley Street, il quartiere della ricca sanità privata. I colloqui di lavoro mi divertono, ma questo mi mette più di un pensiero. Vendo un pezzo del mio corpo e forse da quell’ovetto nascerà un bambino. O una bambina? Avrà il mio naso? Le mie orecchie? Una mama nera una volta mi ha detto: dai da mangiare ad un bambino, vedrai che ti assomiglierà. Ci credo. Se nasce un pupo, finirà per essere uguale alla donna che lo cresce. Sicuro, è così. Basta con le riflessioni. Devo occuparmi delle emergenze: come vestirà una venditrice di ovuli attendibile? Scelgo gonna nera a pieghe, una camicia anch’essa nera ma un po’ trasparente, stivali da cavallerizza. I miei capelli sono rossi, e pure le mie labbra. Un colore deciso aiuta sempre.
La sala d’attesa della London Women’s Clinic è lussuosa, il salotto di una casa patrizia, molto ospitale. L’elegante receptionist offre the, caffè e molti sorrisi. Ci sono fiori freschi arrangiati con garbo, una tv schermo piatto che trasmette le news, divano extralarge in pelle, riviste patinate del genere Country Living o Vogue. Ho voglia di allungare i piedi sul divano e di rilassarmi. La porta è chiusa, ma non ho il coraggio di farlo. Gioco con l’orsacchiotto di pezza che trovo in una cesta di giochi, lì per terra. C’è una parete intera di fotografie dei neonati nati da fecondazione eterologa in questa clinica. Molti i gemelli. Sono tutti di pelle bianca, tranne uno che è di pelle nera”.


Dice Liz Coward Evans, counsellor del London Women’s di Londra che “fino al 90% delle coppie che hanno un bambino attraverso la donazione non rivela la loro origine ai figli”. In Inghilterra all’aprile 2005 le donatrici non possono più essere anonime. Una creatura nata da fecondazione eterologa, a diciotto anni, ha il diritto di rintracciare la persona che ha fornito una parte della sua materia prima genetica. Questa evenienza ha scoraggiato molte donne. Sul matching, l’incrocio tra genitori e donatrici, I database americani delle cliniche e delle agenzie sono illuminanti. Sul sito del Genetics & IVF Institute (Virginia e Maryland) basta inserire variabili come razza (si, dicono proprio “razza”), colore degli occhi e dei capelli, altezza, livello di istruzione e gruppo sanguigno e immediatamente si può accedere ai profili delle potenziali donatrici con foto da adulte e da bambine. Il prezzo è dagli 8.000 dollari in su.
L’infermiera che mi accompagna al piano di sopra per gli accertamenti ha un’uniforme blu che sembra un tallieur. Ogni persona che incontro mi chiede come sto, si preoccupano del mio benessere. Sono trattata con rispetto, come una regina, ed è una bella sensazione, mica la provi tutti i giorni. Dopo le analisi preliminari, è il turno della dottoressa Shailaja Nair, indiana, occhi dolci e voce suadente, che ringrazia per il “nobile gesto” e molto assertiva mi spiega il trattamento nei più minuti dettagli, come fossi una scolara, ripetendo di continuo che il colloquio è solo informativo, “non deve sentirsi impegnata”. Shailaja Nair fissa un appuntamento con chi dovrà attestare la mia idoneità psico-emotiva ad essere donatrice. La counsellor Liz, che chiama dopo qualche giorno, è superficiale e sbrigativa. Una generica dichiarazione sulla mia volontà di aiutare altre donne, è sufficente. Per la London Women ’s Clinic sono idonea, sono una donatrice, ma io non mi sento affatto pronta. E poi, provo fastidio a pensare che il mio ovuli sarà pagato pocchissimo, ma le donne che andranno in questa clinica sborseranno una cifra altissima per i trattamenti. Decido allora di donare in un ospedale dove le coppie infertili non pagano. Questo gesto di generosità verso chi non potrà mai permettersi un ovulo di Harley Street mi conforta molto. E mi gratifica. Su cinque istituti che contatto, solo l’University College Hospital risponde. Vado dopo due giorni. I medici universitari non lavorano nel lusso, però. C’è puzza di disinfettante. Sono tratta come una paziente, non più come una regina. Il medico è un giovane ragazzo turco, parla con una monotona voce bassa, non mi guarda mai negli occhi e disegna diagrammi incomprensibili con fare distaccato. È molto noioso e mi scappa uno sbadiglio dietro l’altro. Contagio il dottore che si affretta a concludere informandomi che non ci sono soldi da guadagnare. Lo so già, gli dico, ma in tante lo scoprono a quel punto del colloquio e il 40 per cento molla la presa.
La ricerca scientifica sulle cellule staminali e la clonazione terapeutica ha bisogno di ovuli che servono per creare embrioni destinati agli studi di laboratorio. Ai ricercatori, dunque, non interessano le doti estetiche e intellettive della fornitrice. In Inghilterra allora si sono inventati una promozione. Le donne che fanno la fecondazione assistita donano le uova che gli avanzano in cambio di uno sconto, fino al 50 per cento, sul trattamento. A Newcastle, dove clinica e laboratori sono nello stesso edificio, l’ascensore va su e giù facilmente. Josephine Quintavalle della campagna internazionale “Giù le mani dalle nostre ovaie” (handsoffofourovaries.com) denuncia: “per produrre molti ovuli le donne subiscono trattamenti ormonali più forti del necessario e molte accettano perché altrimenti non potrebbero pagare”.
Vado al London Fertility Centre. Ho già capito dalla prima telefonata che sono felici di fare la mia conoscenza. Ancora Harley Street, ma la sala d’aspetto è modesta e mi ricorda il consultorio in cui andavo da adolescente. Alle pareti c’è un poster con una donna seduta in un prato, di bianco vestita con accanto la sua bambina, il copy dice: “A woman we’ll never know made this possible. How can we ever thank her? Egg donation. The gift of life”. (Una donna che non conosciamo lo ha reso possibile. Come potremo mai ringraziarla? Donazione di uova. Il dono della vita). La counsellor per l’idoneità psicofisica del London Fertility Center è insistente, un osso duro, mi scruta con i suoi grandi occhi grigi. Ora mi scopre, penso, però è un piacere parlare con lei. Le domande sono incalzanti: perché vuoi donare? Che cosa vuoi guadagnarci? Soldi? Autostima? Che cosa proverai per le tue uova quando saranno nell’utero di un’altra? E poi che cosa significano quelle frecce tatuate sulle braccia? “mi danno la direzione” rispondo. Le piace la risposta. E a me piace questo interrogatorio così serrato, un corpo a corpo delle nostre teste che mi stimola a ragionare. Galvanizzata, passo al colloquio con l’affascinante dottoressa Vivienne Hall. Vivienne ha passato 12 anni a Milano lavorando come esperta di tecniche riproduttive, ma dopo l’approvazione legge 40 ha scelto di andarsene. Bella, intelligente, fiera e senza formalità, lei che ha due gemelli nati dalla provetta, a sorpresa, mi sconsiglia la donazione, presentando una sequela di preoccupanti scenari futuri: “E se tra qualche anno vuoi un bambino e non viene? Lo sai che se pure rimarrà qui un embrione congelato fatto con il tuo ovulo non lo puoi riprendere indietro, anche se ne hai bisogno?”. Le sue domande aprono prospettive future, forse improbabili, ma non impossibili. Ho paura. Questa prova è più impegnativa di quel che pensavo e di come la raccontano. Forse non mi basta un rimborso spese per ripagare la fatica fisica e tanto travaglio emotivo. Forse non mi basta neanche una cifra molto alta. Sospendo la mia decisione, in attesa di capire a quale prezzo potrei separami, felice, dalle mie uova.


Il mestiere di vendere gli ovuli attrae e interessa moltissime ragazze. Ci sono siti dedicati, blog di donatrici e aspiranti dove si discute sulle regole da tenere, quelle che ci vorrebbero, sentimenti, ricadute pubbliche e private sociali/politiche/affettive del gesto e poi sui soldi: è giusto farsi pagare? Il compenso dovrebbe essere uguale per tutte. C’è anche un libro sull’argomento. Lo ha scritto l’americana Julia Derek e si intitola “Confessions of a Serial Egg Donor,” (“Confessioni di una donatrice seriale di uova). Dopo dieci anni, dodici donazioni e 50.000 dollari guadagnati, Julia si dice contenta per l’aspetto umanitario della sua avventura (“fai un’opera buona, la gente ti vuole e questo fa piacere, spargi i tuoi geni in giro...e ti entrano anche un sacco di soldi”), però avverte di quanto sia facile diventare dipendenti dal groviglio di buone cause, non ultimo il denaro, e difficile riuscire a smettere: “…mi dicevo, ancora una volta, l’ultima. E’ come giocare con il fuoco. Ho continuato fino a che il mio corpo non ne poteva più”.